La passione per la montagna è nata non troppo presto in me anche se apprezzavo moltissimo le uscite domenicali con la mia famiglia che, vista l’esperienza di mio padre come “cacciatore di funghi”, si svolgevano puntualmente in montagna. Ma erano legate appunto a escursioni mirate il più delle volte, ma non mancavano anche uscite con cugini vari con i quali spesso nascevano delle “avventure” mirabolanti. Gli sport più “estremi” li ho invece intrapresi da solo poiché mio padre, troppo apprensivo nei miei confronti, cercava (invano) di mettermi i bastoni fra le ruote… “ti romperai una gamba prima o poi… La testa ti devi rompere… Ma dove vai a lasciarci le penne…”. Adesso che sono io padre, ho un approccio ben diverso anche con gli sport di montagna che cerco di far capire più che intraprendere a
mia figlia. Capire sì, perché non voglio assolutamente che scelga forzatamente qualcosa per far piacere a me. Ho cominciato nel portarla a capire lo sci di fondo a 6 anni, farle apprendere che, nonostante la fatica, viene ricompensata nel vedere ambienti che altrimenti non avrebbe visto mai, la meraviglia della natura coperta di bianco, cime innevate che fanno da contorno, gli alberi sonnecchianti sotto la spessa coltre… Sorpresa! Non solo non ho dovuto insistere ma adesso è lei che mi chiede sempre di andare a sciare. Lo sci di fondo è una scuola importante per i bambini in quanto riescono a capire che, per ottenere qualcosa spesso bisogna anche sudare e stringere i denti e non solo mettersi davanti a un videogioco o a un televisore. E’ importantissimo anche per la
formazione muscolare poiché coinvolge tutto l’apparato corporeo e non solo una parte. E’ bene ricordare che i bambini però sembrano avere un sacco di energie ma queste vengono rilasciate senza un controllo preciso quindi il bambino è come una batteria ricaricabile: un attimo prima sembra carichissima, l’attimo dopo è esausta. Sta a noi genitori capire quando è ora di smettere e creare quindi itinerari vari ma di durata adeguata senza strafare. Se esageriamo anche se solo una volta creiamo disgusto nel bambino e lì non recuperiamo più.
Ho assistito anni fa ad una scena che mi è rimasta molto impressa: una bambina con il padre stavano facendo sci di fondo, la bambina, visibilmente stanca, piangeva seguendo il genitore il quale, invece di fermarsi e consolare la piccola, le urlava le peggio cose… Ci credete? Mi è venuto un groppo alla gola e mi sono ripromesso che MAI mi sarei comportato così se avessi avuto un figlio.
Ma veniamo all’attrezzatura: i bambini logicamente crescono quindi non è consigliabile comprare sci e scarponcini a stretta misura. Io prediligo gli sci 15 centimetri più lunghi del normale squamati e un numero più grandi gli scarponcini. Con gli scarponcini non dobbiamo esagerare perché oltre che non rendere agevole la progressione, possiamo distorcere la postura del piede quindi molta attenzione!!! L’abbigliamento non dovrà mai essere esagerato perché il fondo fa bruciare molte energie e comunque non bisogna mai sudare in caso di temperature basse. Meglio portarsi dietro un pile o una giacca a vento nello zaino piuttosto che addosso.
Come scarponcini preferisco quelli con attacco NNN2 perché li trovo comodi e stabili e quindi ottimi per un bambino che difficilmente dovrà fare delle gare. Poi se vorrà fare delle gare il bambino lo sceglierà da solo, in futuro, sempre che continui questo sport. Fino qui ho evidentemente parlato come un padre che ha esperienza di fondo e che quindi insegna direttamente al proprio figlio/a ma non abbiate nessuna paura ad affidare ad un maestro di fondo il vostro erede. Di solito i corsi si tengono per i più giovani nelle sedi del CAI dove ci sono maestri bravissimi, ma anche nelle località sciistiche si tengono corsi per i giovanissimi. Se poi anche voi veniste “rapiti” dalla magia del fondo, beh… ne guadagnereste doppiamente: in salute e un punto di contatto in più con vostro figlio/a. Al giorno d’oggi…
A volte da una passione nasce un lavoro. Sarebbe bello se fosse sempre così ma sono purtroppo pochi ad aver sperimentato questa fortuna. Io, se pur per un breve periodo della mia vita lavorativa, sono riuscito a far coincidere le due cose. Poi la famiglia, i figli, portano ad una vita più vicina e meno girovagante, così ho deciso di cambiare radicalmente stile di vita e lavoro per poter essere più presente. Rimane sempre la passione netta e solida per la montagna che viene pienamente vissuta ma solo per sport e tempo libero. Uno dei lavori eseguiti da me e i miei amici (guarda caso Berfo c’è), è stata la posa di sensori per controllare la stabilità di due ponti ferroviari sul Po, uno a Pavia e uno a Mantova. Devo presentarvi un altro dei miei grandi amici: Federico (da adesso in poi Sigo) che ha condiviso con me moltissime avventure e che avrete modo di conoscere meglio anche nei futuri post. Sigo, riconoscibilissimo per la folta chioma, è stato mio secondo di cordata e amico d’avventure per molto tempo, poi, ci siamo un po’ persi di vista quando ho traslocato.
Grazie a Facebook, siamo riusciti a ritrovarci e abbiamo constatato che nulla era cambiato nelle nostre passioni e stiamo preparando nuove avventure per il futuro. Bene, torniamo ai ponti.
Prendemmo questo lavoro da una ditta d’ingegneria che aveva un problema per la posa in opera di una serie di sensori in quanto gli unici accessi erano o il fiume con uno zatterone ancorato ai piloni (improponibile) o dall’alto, dalla sede ferroviaria. Un mio amico che lavorava in questa ditta mi chiese se era fattibile con le corde portare a termine il lavoro e noi, dopo aver visionato le foto del ponte e il tipo di lavoro accettammo di partecipare all’offerta. Vincemmo e a febbraio cominciammo da Pavia. Febbraio… Pavia… Po… FREDDO!!! Un freddo cane che la mattina per sbrinare i vetri ci voleva la picozza! Ricordo che le corde posizionate sul ponte erano completamente ghiacciate e c’era una veletta di ghiaccio lungo tutta la lunghezza della corda che somigliava a quella vista nei filmati delle spedizioni sull’Himalaya. Per riscaldaci le mani le mettevamo a turno davanti alla marmitta del generatore (che goduria). Per arrivare sopra il pilone giusto (erano due circa a metà ponte) dovevamo avere l’ok dall’addetto delle ferrovie e calarci dalla sede fino sotto la stessa. Era bellissimo vedere i treni sfrecciare a poche decine di centimetri sopra la testa. Era anche curioso notare le oscillazioni dei giunti di collegamento tra pilone e ponte quando passava il treno…
Cominciammo a calare i sensori (poche centinaia di grammi) inscatolati in una struttura di ferro da 80 kg! Nonostante il freddo, era bellissimo calare lungo il pilone, fermarsi a pelo d’acqua e osservare la natura del Grande Fiume. Il lavoro era duro ma tutto era rilassante: lo sciabordio dolce dell’acqua, i cormorani che si immergevano a caccia di prede, le isole piene di alberi, i tramonti mozzafiato… A Mantova fu diverso: era Marzo ma il caldo sembrava di Giugno: lavoravamo senza neanche la maglietta addosso. La risega del pilone (il dente in basso dove fissavamo l’anello di tubi di collegamento) era talmente larga che potevamo camminare tutt’attorno comodamente. E’ stato veramente bello come lavoro e ci siamo divertiti un sacco nonostante la durezza e le condizioni meteo sfavorevoli (abbiamo lavorato anche sotto la pioggia). La tecnica usata è principalmente quella speleo con corde statiche e discensori con il bloccaggio, ma si mixano anche altre tecniche come quella alpinistica per i nodi, i machard, i prussik e attrezzatura specifica come imbraghi da lavoro con le fasce lombari e cosciali più grandi per una lunga e comoda (!) permanenza sulla corda.
E ogni tanto, quando il freddo era pungente, non disdegnavamo un ricco caffè corretto sgnapa, da prendere rigorosamente appesi calato dall’alto con la famigerata quanto benvoluta corda di servizio.
Più che un lavoro ci sembrava una bella avventura, dura, pesante, ma splendida, una di quelle da raccontare, quando saremo più grandi, ai nostri figli e ai nostri nipoti… Ma per questo c’è tempo ancora e tante altre avventure da fare…