Qualche articolo fa abbiamo parlato della Carta Topografica. In questo post vediamo più da vicino l’altra attrice dell’orientamento: la bussola. Sembra che le prime bussole siano state inventate da i cinesi e dai vichinghi che ne facevano ovvio uso essendo popoli dediti il primo al commercio e il secondo alla navigazione. La bussola è principalmente composta da un ago magnetico che è libero di ruotare in un liquido a bassa densità. Essendo magnetizzato, l’ago della bussola si allinea con l’asse magnetico Nord Sud indicando i poli magnetici. Per convenzione, ed essendo noi nell’ emisfero boreale, diciamo che le nostre bussole indicano il Nord. Ma qui sorge il primo problema: i Poli magnetici sono in continuo movimento quindi abbiamo una certa differenza tra il Nord datoci dalla bussola e quello dellaCarta Topografica. Questa discrepanza si chiama Declinazione Magnetica. Ma quanti tipi di bussola conosciamo? La prima è quella ad ago magnetico sopra descritta, poi ci sono le bussole digitali da polso o portatili, le radio bussole che sfruttano dei segnali emessi da una o più antenne e consentono così di mantenere una determinata rotta e le bussole satellitari che, come le radiobussole, sfruttano la triangolazione tra diverse emittenti, in questo caso vari satelliti geostazionari. Le bussole radio e satellitari però, necessitano del movimento costante della ricevente per poter calcolare la direzione di marcia. Sono perciò utili solo al fine di conoscere la propria posizione ma non per fare dei ragionamenti con la carta. Nel trekking si usa soprattutto, vista la sua precisione, la bussola ad ago magnetico munita di traguardo e di lente. Ne esistono anche con l’inclinometro e la bolla di livellamento incorporati ma, a meno che non dobbiate fare del rilevamento geologico, sono praticamente inutili. Al contrario se siete alla ricerca di strati fossiliferi… Le bussole digitali invece sono molto approssimative ma per dei rilevamenti di massima vanno bene anche loro. Per costruirsi invece le triangolazioni sulla carta abbiamo bisogno di una precisione più alta possibile dell’ordine del grado almeno (non è considerata un’alta precisione, anzi, ma a noi trekkisti va benissimo). Ma come si usa una bussola? Nel 90% dei casi ci è del tutto irrilevante sapere dove è il Nord. Probabilmente i punti cardinali li riusciremmo a trovare, anche se approssimativamente , anche senza la bussola. Ma allora a che mi serve… Mi serve per poter calcolare il punto esatto dove ci troviamo ad esempio, oppure per seguire un percorso riportato in carta. Lo scopo principale è comunque quello di fornirci dei dati angolari delle cose che ci circondano riferiti al Nord magnetico. Per ottenere questi dati, dovremmo allineare il filo del traguardo (posto nella fessura sul coperchio) con la piccola tacca della lente, ruotare la ghiera portando la tacca del Nord in linea con l’ago magnetico e leggere attraverso la lente stessa, i gradi sul quadrante. L’ angolo ottenuto è chiamato azimut. Nei prossimi articoli vedremo come correlare la Carta Topografica e la bussola utilizzando gli azimut.
A volte da una passione nasce un lavoro. Sarebbe bello se fosse sempre così ma sono purtroppo pochi ad aver sperimentato questa fortuna. Io, se pur per un breve periodo della mia vita lavorativa, sono riuscito a far coincidere le due cose. Poi la famiglia, i figli, portano ad una vita più vicina e meno girovagante, così ho deciso di cambiare radicalmente stile di vita e lavoro per poter essere più presente. Rimane sempre la passione netta e solida per la montagna che viene pienamente vissuta ma solo per sport e tempo libero. Uno dei lavori eseguiti da me e i miei amici (guarda caso Berfo c’è), è stata la posa di sensori per controllare la stabilità di due ponti ferroviari sul Po, uno a Pavia e uno a Mantova. Devo presentarvi un altro dei miei grandi amici: Federico (da adesso in poi Sigo) che ha condiviso con me moltissime avventure e che avrete modo di conoscere meglio anche nei futuri post. Sigo, riconoscibilissimo per la folta chioma, è stato mio secondo di cordata e amico d’avventure per molto tempo, poi, ci siamo un po’ persi di vista quando ho traslocato.
Grazie a Facebook, siamo riusciti a ritrovarci e abbiamo constatato che nulla era cambiato nelle nostre passioni e stiamo preparando nuove avventure per il futuro. Bene, torniamo ai ponti.
Prendemmo questo lavoro da una ditta d’ingegneria che aveva un problema per la posa in opera di una serie di sensori in quanto gli unici accessi erano o il fiume con uno zatterone ancorato ai piloni (improponibile) o dall’alto, dalla sede ferroviaria. Un mio amico che lavorava in questa ditta mi chiese se era fattibile con le corde portare a termine il lavoro e noi, dopo aver visionato le foto del ponte e il tipo di lavoro accettammo di partecipare all’offerta. Vincemmo e a febbraio cominciammo da Pavia. Febbraio… Pavia… Po… FREDDO!!! Un freddo cane che la mattina per sbrinare i vetri ci voleva la picozza! Ricordo che le corde posizionate sul ponte erano completamente ghiacciate e c’era una veletta di ghiaccio lungo tutta la lunghezza della corda che somigliava a quella vista nei filmati delle spedizioni sull’Himalaya. Per riscaldaci le mani le mettevamo a turno davanti alla marmitta del generatore (che goduria). Per arrivare sopra il pilone giusto (erano due circa a metà ponte) dovevamo avere l’ok dall’addetto delle ferrovie e calarci dalla sede fino sotto la stessa. Era bellissimo vedere i treni sfrecciare a poche decine di centimetri sopra la testa. Era anche curioso notare le oscillazioni dei giunti di collegamento tra pilone e ponte quando passava il treno…
Cominciammo a calare i sensori (poche centinaia di grammi) inscatolati in una struttura di ferro da 80 kg! Nonostante il freddo, era bellissimo calare lungo il pilone, fermarsi a pelo d’acqua e osservare la natura del Grande Fiume. Il lavoro era duro ma tutto era rilassante: lo sciabordio dolce dell’acqua, i cormorani che si immergevano a caccia di prede, le isole piene di alberi, i tramonti mozzafiato… A Mantova fu diverso: era Marzo ma il caldo sembrava di Giugno: lavoravamo senza neanche la maglietta addosso. La risega del pilone (il dente in basso dove fissavamo l’anello di tubi di collegamento) era talmente larga che potevamo camminare tutt’attorno comodamente. E’ stato veramente bello come lavoro e ci siamo divertiti un sacco nonostante la durezza e le condizioni meteo sfavorevoli (abbiamo lavorato anche sotto la pioggia). La tecnica usata è principalmente quella speleo con corde statiche e discensori con il bloccaggio, ma si mixano anche altre tecniche come quella alpinistica per i nodi, i machard, i prussik e attrezzatura specifica come imbraghi da lavoro con le fasce lombari e cosciali più grandi per una lunga e comoda (!) permanenza sulla corda.
E ogni tanto, quando il freddo era pungente, non disdegnavamo un ricco caffè corretto sgnapa, da prendere rigorosamente appesi calato dall’alto con la famigerata quanto benvoluta corda di servizio.
Più che un lavoro ci sembrava una bella avventura, dura, pesante, ma splendida, una di quelle da raccontare, quando saremo più grandi, ai nostri figli e ai nostri nipoti… Ma per questo c’è tempo ancora e tante altre avventure da fare…
Vediamo oggi di descrivere la carta topografica in quanto rappresenta un ottimo aiuto nelle escursioni. La carta topografica è la madre di tutte le cartine e mappe conosciute, come le carte dei sentieri e le carte geologiche. Da qui l’importanza che riveste una corretta lettura delle carte stesse. Innanzi tutto devo ricordarmi di posizionare la mia carta: il lato superiore è sempre il nord quindi dovrò allineare uno dei fianchi con l’asse nord-sud. Vediamo una carta topografica in dettaglio: ciò che ci colpisce a prima vista è sicuramente il grande riquadro che altri non è che la rappresentazione su carta di una porzione di territorio. Tante linee e tanti simboli… Ci viene in aiuto la legenda a fianco che ci dà importanti informazioni circa la scala, la simbologia, la declinazione magnetica, ecc. Osserviamo le parti più importanti:
La scala: La scala ci fa comprendere le grandezze riprodotte sulla carta e ci dà una percezione delle distanze tra i vari punti. Ci dà la percezione poiché se i punti si trovano alla stessa quota la distanza è reale, se no bisogna tenere conto delle variazioni di livello che comportano ad un escursionista strada in più. La scala è importantissima soprattutto per la pianificazione di un percorso in quanto possiamo sapere prima di effettuarlo quanta strada dovremo percorrere. Qui sotto un esempio (n.b.: non è in scala!!!). 1:10000 sta a significare che un centimetro sulla mappa equivale a 10000 centimetri (100 metri) in realtà. Notare la dicitura sotto: sono informazioni riferite alle curve di livello che cambiano a seconda della scala, in questo caso, essendo la carta molto dettagliata, le curve vengono rappresentate con pochi metri di distanza.
La simbologia: è l’insieme dei segni convenzionali che descrivono particolari caratteristiche come città, strade, boschi, ecc. ed è molto importante perché a colpo d’occhio possiamo capire dove ci troviamo e con che cosa dovremo “combattere”. Con questo aiuto possiamo “leggere” comodamente la carta ed avere moltissime informazioni. Abbiamo informazioni sui corsi d’acqua (compreso il loro verso), edifici e loro uso, boschi, strade, ferrovie e punti geodetici noti.
Declinazione Magnetica: Come detto prima, il fianco della carta è la direttiva N-S col lato in alto che è il Nord. Ma noi come strumento abbiamo una bussola che si orienta secondo i poli magnetici. Non tutti sanno però che i poli magnetici non sono fissi ma cambiano ciclicamente posizione. Lo scostamento dal nord geografico (quello della carta) a quello magnetico (della bussola) si chiama declinazione magnetica e viene riportata su ogni carta per ottenere quanta più precisione possibile nelle misurazioni. A noi trekkisti interessa relativamente, in quanto su una carta dei sentieri l’errore è piccolo ma su una mappa con scala maggiore potrebbe essere di parecchie centinaia di metri!!!
Le coordinate: altro particolare, forse il più importante, sono le coordinate. Quelle a noi di interesse sono le coordinate geografiche che hanno lo O° all’equatore per i paralleli, (latitudine nord o sud), e lo O° a Greenwich per i meridiani (longitudine est o ovest). Negli angoli della carta sono riportate le coordinate di riferimento. Si possono conoscere le coordinate di qualsiasi punto sulla carta tirando delle linee perpendicolari ai due lati più vicini e leggendo il valore ottenuto (ovviamente calcolandolo). Con l’ausilio di una bussola posso anche trovare il punto dove sono usando la triangolazione.
Le Curve di Livello: o isoipse sono quelle righe che descrivono le quote. E’ come se tagliassi la superficie orizzontalmente e ne facessi tante fette e ne riportassi in carta quelle ad una quota definita (es. quelle distanti tra loro 10 metri) marcando di più quelle ad intervalli netti (es. 50 metri). Sono di notevole aiuto nel caso sappiamo di essere su un pendio riconosciuto in carta ma non sappiamo a che quota… con l’uso di un altimetro lo sapremo in un lampo!
Ora mi fermo qui ma vedremo le prossime volte come calcolare la nostra posizione con carta, bussola e altimetro.
Un altro importante fattore per le escursioni è sicuramente quello di sapere dove si è e dove si sta andando per non rischiare di ritrovarsi in pessime situazioni. Esistono molti metodi per orientarsi, molti dei quali li fornisce la stessa natura. La tecnologia in questi anni ha poi fatto progressi enormi, consentendoci una tranquillità nell’orientamento fino a rendere inutili anche le nozioni basilari… Ma è proprio così? Immaginiamoci l’ultimo navigatore satellitare super tecnologico che, con le adeguate mappe (immesse anche da noi) ci conduce per boschi e valli fino alla meta. Immaginiamo anche il più tecnologico degli orologi con altimetro, bussola, barometro e termometro all-in-one, bellissimo ed elegante. Adesso immaginiamo anche di dover fare un trekking di più giorni, nel bel mezzo dei quali al nostro orologio si scaricano le batterie…male! Prendo il navigatore il quale si scaricherà in tempi rapidi se sempre acceso e sarà totalmente inutile in un bosco (mancanza di copertura satellitare). In quei momenti si comprende l’utilità estrema di strumenti più semplici ma pratici e difficilmente “demolibili”. Nei miei anni di trekking e avventure in montagna, ho capito che ogni strumento deve servire al suo specifico scopo e che miscelare più strumenti in uno serve solo a non utilizzarne nessuno se qualcosa va storto.
Vediamo adesso gli strumenti base per un buon orientamento:
Bussola: Conosciuta già dagli antichi navigatori, la bussola è strumento indispensabile all’orientamento in quanto ha la proprietà di orientare un ago con il campo magnetico terrestre e siccome questo ha i suoi famosi poli magnetici, l’ago punterà sempre su questi indicandoci un punto “fisso”. Notate che ho messo fisso tra parentesi perché questi punti o poli magnetici variano ciclicamente e quindi non sono mai nello stesso posto. Sulle cartine topografiche sono indicati i gradi di spostamento del nord magnetico dal nord geografico (declinazione magnetica) e possiamo calcolarlo per rendere il Nord sulla bussola allineato con il nord della mappa. La bussola che ci interessa per il trekking ha una caratteristica peculiare: Il traguardo. Il traguardo è solitamente un filo nel coperchio della bussola in una feritoia. Dovremo far coincidere questo filo ad un elemento facilmente riconoscibile (la cima di un monte, l’incrocio tra due valli, ecc) e allineare la tacca sulla lente d’ingrandimento. Attraverso la lente leggeremo la misura in gradi.
Altimetro: è lo strumento preposto alla misurazione della quota alla quale ci troviamo. Il suo funzionamento è dovuto alla variazione della pressione atmosferica a diverse altezze: più si va in alto e più rarefatta è l’aria e conseguentemente “preme” di meno. Se fate caso alla foto noterete che ci sono due scale: una espressa in millibar e l’altra in metri; meno millibar ci sono e più siamo in alto. Attenzione: la pressione atmosferica varia costantemente così dovrete tarare la quota indicata ogniqualvolta troverete un punto noto e quotato in mappa. Ricordatevi che se vi fermerete a dormire ad una certa quota, l’indomani dovrete ritarare l’altimetro che segnerà certo più o meno millibar. Questo è utile anche per definire l’andamento del tempo.
Binocolo: Non è strettamente necessario ma a volte comodo per identificare cime o luoghi lontani e trovarli successivamente in mappa. Non è necessario un binocolo da Bird watching potentissimo (ma pesantissimo), basta un piccolo binocolo leggero molto versatile.
Carta topografica: La bussola ci indica la rotta e la direzione di ciò che vediamo ma insieme alla carta possiamo anche sapere dove siamo, identificare i punti che abbiamo traguardato con la bussola e tracciare il nostro percorso fino alla meta. In una carta topografica vengono rappresentati simbolicamente tutti i rilievi, i fiumi, i paesi, le chiese, le strade… e cosa più importante le coordinate geografiche e le curve di livello. Le curve di livello o isoipse ci saranno d’aiuto utilizzando l’altimetro. Esse indicano una serie di punti alla stessa quota… è come se facessimo tante fette orizzontali di una montagna a quote definite. Ma poco usate e invece utilissime sono le coordinate geografiche. Immaginiamo di avere un compagno che si fa male e l’impossibilità di trasportarlo… identifichiamo con la bussola il posto dove siamo, ne troviamo le coordinate sulla carta e le trasmettiamo all’operatore del soccorso via telefono. Potremmo aver sbagliato di qualche cosa ma l’area sarà così ridotta che vi troverete l’elicottero sulla testa in men che non si dica. Le prossime volte vedremo in dettaglio ogni singolo oggetto e come utilizzare qualsiasi carta che avremo sottomano.
Vediamo oggi la versione di sci che io amo particolarmente: lo sci di fondo escursionismo.
Questo tipo di sci segna la totale libertà di movimento sulla neve senza dover rendere conto a niente e nessuno (a parte il nostro fisico e la nostra mente…), totale disimpegno dalle masse e dai posti obbligati, grande fatica ma enorme ricompensa in termini di sensazioni e ricordi…salite, discese, boschi e valli, laghi ghiacciati, rossi tramonti e nevicate silenziose… Se questo è poco!!!
Cominciamo però dal prendere visione dei particolari della versione da pista.
Lo sci è molto sottile e presenta o la soletta liscia o quella squamata. La sua lunghezza deve essere circa 15 cm più dell’altezza dello sciatore. I bastoncini devono arrivare sotto le ascelle per avere una spinta ottimale. Gli attacchi sono di diversi standard ma io preferisco lo NNN (New Nordic Norm), che oltre l’uso in pista mi permette un buon uso escursionistico.
Se volete usare come me gli stessi sci, dovrete per forza di cose usare attacchi e scarponcini per il passo classico e non quello pattinato, con squame, senza lamine e scarponcini con “battistrada” marcato per eventuali passaggi senza neve.
Ciò permetterà di avere un buon controllo sia in salita che nelle discese non molto impegnative, anche se le tecniche di discesa possono ovviare alla difficoltà.
In salita le squame faranno la loro parte ma possiamo anche aiutarle usando una tecnica di sciolinatura differenziata: usare sciolina sempre di tipo universale per le parti non squamate (passeremo su tanti tipi di neve differenti nella stessa giornata) e passare un cubetto di paraffina sulle squame senza esagerare.
Le discese con lo sci da fondo classico sono impegnative poiché siamo staccati posteriormente e il nostro baricentro dovrà essere quanto più stabile possibile pena o cadere in avanti mordendo la neve o fare una buca col didietro.
Le prime curve le faremo con tecnica raspa (i bastoncini in mezzo alle gambe a frenare) e a spazzaneve (ginocchia unite, gambe flesse, sci a V con punte unite).
Col tempo e la pazienza, aiutati anche da un maestro imparerete lo stem-cristiania e il bellissimo telemark.
A questo punto sarete pronti a passare allo sci escursionistico vero con sci più larghi (75-55-65) e più corto (circa la nostra altezza), con lamine, pelli di foca, attacco da75mm nordico con cordino di acciaio o soletta con gancio, scarponi sempre per 75mm e bastoncini 15 cm più corti. No a scarponi “da competizione” che risulterebbero troppo rigidi e quindi non adatti a lunghi periodi nei piedi.
Vedrete che incomincerete ad entrare nel regno dello sci-alpinismo che segna un ulteriore evoluzione della pratica sciistica.
Non mi addentro di più ma toccheremo ancora l’argomento e vedremo in particolare anche qualche tecnica sia di salita che di piano che di discesa.
Sembra solo a me o quest’anno il fresco è arrivato leggermente in anticipo?
La mattina mi alzo e fuori ci sono già 12 – 13 gradi, temperature che gli anni passati di solito erano di ottobre inoltrato… Sapete che vi dico? Io comincio a togliere le ragnatele dai miei sci e a prepararli (-mi) per la stagione. E mentre lo faccio vi darò alcune nozioni sulle diverse tipologie di sci. Sciare per chi vive in montagna o in posti dove la neve la fa da padrona per tutto l’inverno (es. i paesi nordici), significa non solo divertimento ma soprattutto la possibilità di movimento in zone altrimenti isolate. Nella mia concezione della montagna, non mi piace per niente l’”artificializzazione” dello sci: sono contrario agli impianti di risalita che deturpano il paesaggio in maniera pressoché definitiva, a chi si fa trasportare dall’elicottero in quota, alle strade aperte in maniera indiscriminata, alle masse in generale e alle mode del momento. Sì lo so che mi tirerò addosso le ire di chi ci lavora ma questo è il mio pensiero che vede il divertimento come giusto coronamento a una fatica e a un lavoro anche di squadra.
Quanti tipi di sci conosciamo? Quello che tutti conoscono bene sicuramente è quello alpino o da discesa con sci largo, più o meno sciancrato per facilitare le curve, con attacco bloccato avanti e dietro per uno scarpone specifico e non utilizzabile che per questo scopo.
Con questo tipo di sci e di scarponi sono bandite le salite, tranne qualche leggero dislivello fatto a scaletta o a spina di pesce.
No, non fa per me… Faccio anche discesa ma la fila allo skilift, la ressa sulle piste, tutte queste tutine colorate all’ultima moda… Una discesa e un bicchierino al par-terre…
Sci di fondo. Con variante fondo escursionismo. Adesso ci siamo! Salite, discese, neve fresca, lunghi tragitti con la tenda e lo zaino sulle spalle… Questo è il mio modo di vedere e vivere la natura e la montagna. Un modo di sciare che è molto più faticoso ma è anche più tecnico e spettacolare: mai visto una discesa con tecnica Telemark? E’ di una bellezza e purezza tecnica mozzafiato.
Poi il solo fatto di poter percorrere valli e boschi con la neve, salire canaloni e bivaccare in quota tutto con i propri sci è un’avventura indescrivibile!
Lo sci da fondo si distingue per la sua sagoma stretta e l’attacco solo frontale che mantiene il tallone libero.
Lo sci da fondo escursionismo ha una larghezza leggermente superiore e le lamine.
Comunque per chi si avvicina all’escursionismo anche lo sci da fondo normale con le squame sotto è più che sufficiente.
Sci Alpinismo: Lo sci ha la forma simile a quello da discesa ma la differenza sta negli attacchi, che hanno la possibilità di sganciarsi dietro per effettuare la progressione in salita, nella possibilità di montare le pelli di foca sempre per la salita e la grande comodità di usare scarponi ramponabili ad assetto variabile (inclinazione fissa per la discesa e sblocco caviglia per salita e piano).
E’ l’evoluzione dell’escursionismo dove si eseguono passaggi in alta quota e percorsi estremi.
Io pratico ormai da anni lo sci di fondo escursionismo e ho provato anche lo sci alpinismo e devo dire che, nonostante la fatica, ciò che si gode a fine giornata o a fine avventura è indelebile…
Trovarsi in quota di fianco alla tenda da soli al tramonto, in mezzo a cime innevate, rosse e rosa e il sole che ti augura la buona notte fa venire le lacrime agli occhi… Ma questa è un’altra storia…
Per il momento pensate bene quello che volete “combinare” in montagna e fino a dove arriva il vostro grado di avventura; in base a questo decidete quale tipo di sci praticare.
Nei prossimi post entrerò nello specifico di ogni tipologia di sci dove vedremo in modo (spero) dettagliato i particolari.
Ma che razza di post! Ma in un campeggio, ovvio!
No, scusate, forse il titolo non è molto esplicito e dà adito a battute varie ma io intendevo parlare di problematiche serie quando il camping non c’è e siamo soli in balia della natura.
Devo dire la verità, a me piace moltissimo il campeggio libero e ciò ha sviluppato in me un fortissimo senso di adattamento e la perspicacia. Oggi vedremo come montare una tenda a igloo ma prima di tutto vediamo quali sono i posti indicati per poterla montare.
La cosa migliore in assoluto, ma anche quella difficilmente praticabile, sarebbe vedere il posto designato alla nostra escursione, nelle peggiori condizioni possibili. Visto che questo molte volte non sarà applicabile, dovremo dare sfogo alla nostra fantasia, ma soprattutto a quei segni presenti sul terreno che ci faranno da spia. Prima regola è trovare un fazzoletto di terra più pianeggiante possibile, senza solchi prodotti dalla pioggia che si riempirebbero immediatamente dopo due gocce.
Nel caso, scegliete la minor inclinazione possibile mettendo la testa a monte pena, o il rotolamento notturno su un fianco fino alla parete (se siete due o più immaginatevi ammucchiati e schiacciati tutti in un lato) oppure non riuscirete a chiuder occhio per il malessere causato dal sangue al cervello. Altra regola: se siete d’estate cercate il posto sotto la chioma degli alberi. Ciò vi riparerà dal sole ma anche da un’ improvvisa grandinata e dal vento troppo forte e diretto (mi raccomando di controllare che non vi siano rami secchi o pericolanti sopra la vostra testa!!!). Quello che abbiamo appena detto non vale per i pini, gli abeti e le conifere in generale poiché la loro resina vi rovinerà irrimediabilmente il sovra telo. In inverno invece va bene il riparo laterale degli alberi dal vento (anche se senza foglie i tronchi e i rami rompono il flusso egregiamente) ma dovremo sfruttare appieno il calore del poco sole e farci notare da eventuali soccorritori (bisogna prevedere più eventi possibili) quindi una radura di fianco agli alberi è l’ideale.
Logicamente se siamo in alta montagna dove non ci sono alberi dovremo preoccuparci di non montarla nel greto di un torrente asciutto o ai piedi di una parete (caduta massi!); un praticello o uno spiazzo lontano da creste (attirano fulmini!) e coni di detriti sotto le pareti, va benissimo.
Trovato il posto e dopo averlo sommariamente ripulito da pietre e rametti vari, vi consiglierei, ma non è strettamente necessario, di fare una bella scorta di foglie secche e asciutte da posizionare sotto il catino: si dormirà di un comodo… e soprattutto si sarà isolati dal terreno ma non mettete piccoli rametti pena la rottura del catino stesso.
Bene adesso cominciamo a dare una direzione alla tenda. Nel caso di igloo con absidi è giocoforza orientarlo nella stessa direzione della valle in cui vi trovate poiché i venti, sia che vengano da monte, sia che vengano da mare seguiranno l’orografia e la tenda dovrà offrire meno resistenza possibile.
Vediamo ora i componenti principali: il sovra telo, la camera principale, la paleria, i picchetti e i tiranti.
Posizionate la camera principale con l’ingresso orientato nel modo voluto e picchettatela a terra tirando bene i lati. Componete la paleria e infilatela nelle apposite guide fermandola ai quattro lati (non vi scordate neppure un cordino specialmente quello del culmine!).
Coprite con il sovra telo, fermatelo alla paleria e picchettatelo a terra tendendolo bene e in modo equilibrato. Posizionate i tiranti e picchettateli a non più di 20 cm dal bordo della tenda stessa: ciò faciliterà il passaggio di fianco alla tenda e soprattutto eviterà strappi col forte vento. I tiranti non servono tanto ad ancorare la tenda bensì a non far aderire il sovra telo alla camera con conseguente perdita termica, scarso ricambio d’aria e possibilità di infiltrazioni. Abbiamo sempre detto “picchetti” ma quali? Quelli in dotazione non consentiranno tutte le uscite e si piegheranno o non terranno affatto. Vi consiglio col tempo di procurarvene diversi tipi: da sabbia, da terreno roccioso, ecc. A volte dovrete sopperire all’impossibilità di picchettare la tenda (neve alta, picchetti sbagliati) usando quello che madre natura vi offre (pietre, alberi abbattuti, lo zaino, gli sci); insomma adattatevi, inventate, create.
Non c’è limite ve lo posso assicurare. Anche in caso di distruzione della tenda basta un telo e un cordino per bivaccare:
E’ buona norma prevedere nello zaino un rotolo di nastro isolante per riparare la paleria e delle toppe con colla o adesivi per riparazioni d’emergenza al sovra telo.
Alcuni particolari:
elastico inserito nella paleria, paleria in alluminio e vetroresina, picchetti per terra e chiodi per terra rocciosa
Adesso siete pronti a riempire la vostra tenda col sacco a pelo e a godere di una vacanza meravigliosa.
Alla prossima!
Come possiamo dedicarci a una bella escursione, magari di più giorni, senza avere con noi l’indispensabile zaino?
Per un trekkista, per un alpinista o per uno speleo il suo zaino è parte integrante dell’avventura, nonostante significhi peso e fatica.
Ma proprio perché zaino significa peso e peso è uguale a fatica bisogna saper scegliere molto bene quello più adatto alla “spedizione” che dobbiamo compiere.
Tutti gli zaini, ad eccezione di quelli speleo chiamati anche sacca, devono essere di materiale molto resistente (di solito Cordura®), con spalmatura interna anti acqua, spallacci ergonomici (diversi per uomo e donna) ben imbottiti, cuciture e finiture accurate e resistenti, ergonomia dorsale, regolazione punto di appoggio lombare (non siamo alti tutti uguali); opzionali (ma se ci sono è meglio) copri sacco parapioggia a scomparsa, cuscinetto lombare staccabile (comodo per soste nella neve) maniglia superiore per attacco eventuale corda e apertura frontale.
Discorso a parte per la sacca speleo che è rigorosamente impermeabile e a forma di tubo liscio per scivolare nei cunicoli; molto spartana con spallacci non imbottiti (ci rimane poco in spalla).
Lo zaino da trekking ha le tasche laterali e di solito un solo porta picozza mentre quello da alpinismo non ha le tasche sui lati ma i cinghioli per gli sci, due porta picozza e il porta ramponi.
Per un’escursione giornaliera o massimo di due giorni è sufficiente uno zaino con capienza di 25 – 30 litri, se vogliamo invece fare trekking anche invernale di più giorni sceglieremo uno zaino con capienza 60 – 70 litri, con porta sacco a pelo.
Per quanto concerne il carico questo varierà a seconda dell’ escursione ma il mio consiglio è quello di controllare al vostro rientro quello che non avete usato per non ripetere l’errore una seconda volta. Dopo qualche uscita riuscirete ad ottimizzare i carichi, non preoccupatevi.
Ecco qui alcuni tipi di zaini da me usati nelle mie escursioni:
Altra compagna di mille avventure per un escursionista è senz’altro la tenda. La giusta scelta è obbligatoria per uno sportivo poiché, se è vero che per la maggior parte degli escursionisti non faccia grande differenza un modello da un altro, per alcuni può essere la differenza tra la vita e la morte.
Come scegliere la vostra tenda? Come per tutta l’attrezzatura, dovete sempre chiedervi in primo luogo dove volete andare, quanto tempo ci dovete restare, quali saranno le peggior condizioni che pensate di trovare…(pensato? Bene moltiplicate il tutto per due!)
Il mio primo consiglio è quello di evitare tende mono telo (in caso di pioggia anche breve starete più asciutti fuori) e quelle che si aprono lanciandole (provate a lanciarla se tira il vento).
Dunque appurato che la tenda deve essere con doppio telo vediamone le caratteristiche salienti:
Tenda estiva
telo esterno alluminato verso fuori
porte con zanzariere
catino robusto
falda non a terra per arieggiare
ampie finestre laterali sempre per aria
possibilmente un’ abside capiente davanti (per cucinare in caso di pioggia)
paleria fibra di vetro
Tenda invernale o per alta quota
telo esterno colore scuro fuori e alluminato verso l’interno
non necessita di zanzariere
catino alluminato nella parte interna
falda a terra antivento ricopribile con neve
piccole prese d’aria laterali anticondensa
abside doppia
paleria in duralluminio
ridotte dimensioni (altezza 120-130 cm)
La tenda che va per la maggiore è a forma di igloo per le sue caratteristiche di resistenza al vento
e alle intemperie in generale. Molto facile da montare da una persona sola anche nelle situazioni più avverse (provato e garantito).
La mia prima tenda invece era una “canadese” a forma di casetta ed era talmente grande che la chiamavamo “il circo tenda”; pesava un’ enormità e per montarla bisognava essere almeno in due. Una volta montata era di una comodità estrema: poteva contenere 4 persone coi relativi bagagli ma nasceva come tenda da campo fisso quindi non si poteva pensare di smontarla e rimontarla spesso. Il suo telo era di cotone molto spesso e ogni anno bisognava passare il trattamento con spray siliconico anti acqua e la sua struttura era rigidissima con una forma poco aerodinamica.
La tenda a igloo consente di superare venti molto forti: pensate che una notte in montagna (da solo) tirò un vento talmente forte che spezzò rami di 15 cm di diametro dei faggi. Avevo i paletti in vetroresina della tenda che erano totalmente piegati e la tenda era quasi appiattita ma ogni volta che il vento si placava un attimo, la tenda riacquistava la sua forma originaria. La mattina trovai un settore di un paletto spezzato ma lo riparai con qualche giro di nastro isolante e tornò come nuovo. La sostituzione dei settori è poi molto facile e da quella volta ne porto sempre un paio di scorta con me.
La paleria in duralluminio, prerogativa delle tende di alto livello, è molto più flessibile e resistente ma anche più costosa. Ho fatto una prova con questa paleria: ne ho comprato un set in vetroresina e lo ho inserito all’interno di quello di duralluminio. Risultato: paleria resistentissima e molto flessibile… al limite dell’incredibile.
Molto importante è anche la tenuta alla pioggia espressa in mm di colonna d’acqua.
Prossimamente vedremo come e dove montare una tenda specialmente in condizioni limite.
Oggi parlerò di un inseparabile amico che mi ha accompagnato nelle lunghe escursioni e che sapevo poterci contare nelle lunghe notti invernali: il Sacco a Pelo o saccoletto.
Il mio primo sacco a pelo, da neofita, fu in sintetico, a bassissimo costo, estivo. Quei sacchi a pelo da supermercato che d’estate ti fanno sudare e in autunno-primavera batti i denti. Mi ricordo che per ovviare ai primi “freddi” mettevo un plaid piegato e cucito sui due lati, all’interno del sacco… almeno avrei avuto qualche settimana di autonomia in più!!
Col passare del tempo e con l’aumento della passione per la montagna optai per un sacco a pelo in piuma e piumino che mi permise di sperimentare anche l’inverno con mia massima gioia.
Oggi ho diversi sacchi a pelo a seconda dell’occasione ma a volte rimpiango il fuoco acceso fuori dalla tenda, lo strato di foglie secche sotto e il fiasco di rosso dentro perché il sacco non bastava.
(Il fiasco ce l’ho ancora, il fuoco idem e pure le foglie ma non batto più i denti he, he)
Vediamo adesso i vari tipi di sacco a pelo e le loro caratteristiche tecniche.
Quando dovrete scegliere un sacco a pelo la prima cosa da fare è sapere con buona approssimazione come, dove e quando lo userete. I sacchi a pelo di buona marca riportano di solito il campo termico denominato di comfort, in base al quale vi dovete orientare sull’utilizzo. Facciamo un esempio: siamo il 15 agosto al mare in campeggio. La temperatura notturna difficilmente scenderà sotto i 20 gradi quindi dovremo avere un sacco a pelo con imbottitura sintetica molto sottile con temperature di comfort comprese tra +15 e +30.
Stesso giorno a circa 1500 mt. la temperatura notturna può scendere al di sotto dei +15 quindi sacco a pelo con confort compreso tra +5 e +20 sintetico anche lui.
Ma voi non volete solo andare d’estate e quindi a 1500 mt potremo toccare in autunno e primavera temperature prossime allo zero: sacco a pelo 30%piumino 70%piuma d’oca o sintetico a scelta -4 / +15
Non vi basta, anche d’inverno con la neve e il ghiaccio volete divertirvi? 70% piumino 30% piuma -25 / -4
Attenzione anche alla quantità di piuma o sintetico per m quadro: in base a questo avrete più o meno tenuta termica ma anche più o meno volume soprattutto per i sintetici.
La gamma è vastissima quindi a voi la scelta anche tenendo conto se siete freddolosi o meno.
Se siete in due vi è la possibilità che alcuni modelli danno, di poter accoppiare due sacchi a pelo e crearne uno “matrimoniale”
Ricordatevi:
che il piumino e la piuma soffrono l’acqua e d’inverno se il sacco si bagna sono dolori ma sono decisamente i migliori isolanti;
a contatto con la pelle sempre il cotone;
il sacco invernale deve avere il collarino interno per la tenuta dell’aria calda;
di portare sempre una stuoia di almeno 10 mm per isolarvi dal terreno
di arieggiare sempre il sacco prima, durante e dopo l’escursione
per il lavaggio consultare scrupolosamente le istruzioni
non riuscirete a fare tutto l’anno con lo stesso sacco a pelo!
eccoalcuni sacchi a pelo:
Da sinistra a destra:
Sintetico accoppiabile +25 +4
piuma +23 -4 ( è utilizzato anche per un’ulteriore copertura ad un altro sacco)
70% piuma 30% piumino +15 -15
50 % piuma 50% piumino accoppiabile +10 -20
copri sacco in goretex contro neve e pioggia per bivacchi all’aperto