3
mar
Posted on 2010 under Sopravvivenza |
Sistemando un po’ il mio studio, mi sono imbattuto in questa “poesia” che avevo trovato sul newsgroup it.sport.montagna nel lontano 2002, poesia semi-comica di F. Margola, scritta nel 1984. Semi-comica perchè sfido chiunque vada in montagna a dire che per una volta almeno non abbia provato questi “sentimenti”!!! A me è piaciuta molto e ve la rigiro.
La mattina appena desto
vado in cerca di un pretesto
per non fare la salita
ed aver salva la vita.
Guardo fuori da un pertugio
ed il ciel mi sembra bigio
poi ti sfrego meglio gli occhi
e mi tremano i ginocchi.
C’é un sereno maledetto
devo dir addio al mio letto
con la strizza che attanaglia
devo scendere in battaglia.
‘ …e mi trovo trascinato
su un ghiaione sdìrupato
questa è proprio una follia
devo fare quella via!
Lui si lega mano lesta
a me gira assai la testa
lancio gli occhi verso su
ma vorrei restare giù.
La salita inizia dura
in una viscida fessura
il compagno se ne va
ravanando qua e là.
Poi mi tocca di salire
ansimando oltre ogni dire
guardo giù la valle bella
e mi vien la cacarella.
Sono in sosta e son mesto
chi mi ha fatto fare questo?
Lui mi dice con bel fare
che è il mio turno di tirare.
Disperato mi arrabatto
sulla rampa del riscatto
cigolando, lancia in resta,
con il sogno della sosta.
Ma sul diedro strapiombante
lancio un urlo assai agghiacciante
“Questa è proprio una sventura!
Non c’é più la chiodatura!”
Quando mancano i piton
mando avanti il compagnon
che ribatte in un baleno
perché non è più sereno:
“C’é una nuvola lassù
che non ci consente più
di finire la salita
e di vincer la partita!”
Con visibile tensione
ridiscende il compagnone
ci guardiamo scuri in viso
senza l’ombra di un sorriso.
C’é una doppia da affrontare
è il momento di pregare
su due chiodi arrugginiti
che si muovon con due diti
ed un fascio di cordini
lisi come pedalini
iniziamo la calata
(un orribile cagata).
Finalmente siam per terra
è la fine della guerra
“Minacciava un temporale!
Non è proprio andata male”.
Di ritorno sul sentiero
incrociati lo sguardo fiero
torme stanche di turisti
(per fortuna non ci han visti).
Raccontiamo l’avventura
“Che l’é propi stada dura”
mentre il sole scende giù
in un ciel sempre più blu.
F. Margola 16/05/’84
Non è solo una mia impressione ma ho avuto modo di confrontarmi con altri appassionati di montagna e siamo della stessa opinione: quest’anno si sta schiaffando in prima pagina la montagna in quanto foriera di lutti e tragedie molto più degli scorsi anni, nonostante gli incidenti siano all’incirca gli stessi. Ve ne riporto alcuni degli ultimi giorni:
Non ne comprendo il perché e sinceramente non mi interessa più di tanto; quello che mi infastidisce è il fatto di incolpare la montagna invece di cercare di rendere consapevoli i suoi fruitori dei rischi oggettivi derivanti dalle condizioni climatiche e, anche e soprattutto, dalle condizioni fisiche e psicologiche di chi ci va. Un anziano alpinista (chiedo venia non ricordo il nome) diceva: “Il vero alpinista è colui che la racconta”. E’ necessario capire i propri limiti; passaggi fatti mille volte, in condizioni particolari sono talmente diversi da dover essere compiuti in tutt’altra maniera. E condizioni particolari non sono solo fisiche… stanchezza, stress, nervosismo… Poi pensiamo sempre di trovarci in un ambiente in movimento: Gaia vive e si muove coi suoi ritmi, le rocce di milioni di anni si sgretolano da sempre, il ghiaccio, la neve, l’acqua, il sole e il vento giorno dopo giorno impercettibilmente cambiano il territorio. Poi, un bel giorno un intero costone viene giù… così… senza preavviso…
In questo caso dobbiamo solo sperare di non essere lì. Ma ciò non implica che la montagna sia assassina. Molti segnali li abbiamo e abbiamo anche molti studi e corsi che possono darci la conoscenza sulla formazione di certi eventi e quindi la possibilità di poter vedere e intuire l’origine di uno di questi. La montagna vuole e pretende i suoi tempi: se questi poi sono inconciliabili con i nostri, i danni li subiremo solo noi! Siamo noi a dover capire quando e come possiamo interagire con la Montagna. I nostri ritmi moderni sono a dir poco osceni. Non si può pretendere di avere un week-end libero e in quello salire per esempio sul M. Bianco. E se il meteo non consente? E se le temperature non lo consentono? Diversa la mentalità dell’alpinismo e della montagna in generale. Nel 1787 Horace Benedicte de Saussure arrivò a conquistare la vetta del M. Bianco… dopo 27 anni di tentativi! Bene, le cose sono in parte cambiate, ma lui non ha mai osato sfidare la montagna per rispetto alla sua e all’altrui vita. Oggi c’è il mordi e fuggi… o il mordi e muori. Comunque la si veda è un errore che a volte si paga pesante. E’ di oggi una bellissima intervista a De Stefani, alpinista di fama mondiale con un carnet di tutto rispetto e con la giusta visione del rapporto uomo montagna. Meditate gente, meditate!
Gli articoli sono tratti dal sito web del Corriere della Sera
7
lug
Posted on 2009 under Sopravvivenza, Trekking |
Visto che ormai, mio malgrado, sono diventato un esperto nell’attirare i temporali, ho messo a punto anche delle tecniche per evitare, nel limite del possibile, gli effetti nefasti di una forza della natura, rapida, ma devastante.
I temporali si formano dallo scontro di un fronte caldo e umido con uno freddo e secco con conseguente formazione di nubi in rapida espansione, sia in verticale che orizzontale ma con una estensione limitata. Un temporale colpisce piccole aree ma con molta violenza, con nubifragi e spesso con grandinate. Ma il vero pericolo sono i fulmini che in questi momenti sono numerosissimi e colpiscono anch’essi un’area limitata. Il fulmine si forma per la repentina scarica a terra dell’elettricità statica che si è formata dallo sfregamento delle due masse d’aria e quando il voltaggio è sufficiente, scocca l’arco con la terra. Si parla di cifre impressionanti dell’ordine che va dagli 1 ai 10 gigavolt e dagli 1 ai 200 KA.
Devastante! Ma come possiamo cercare di evitare di essere colpiti da un fulmine? Certezza assoluta non c’è ma ricordiamo che l’evento è praticamente rarissimo (intendo che un fulmine colpisca un uomo). Pensate a quanti fulmini si abbattono quotidianamente anche solo in Italia… Quindi con un po’ di buon senso possiamo cercare di evitare anche quelli più vicini. Innanzi tutto, all’avvicinarsi di un temporale, allontaniamoci dalle creste. E’ la regola fondamentale. I fulmini preferiscono la via più rapida e una cresta è un ottimo luogo dove scaricare l’energia. Poi, non andiamo a infilarci sotto qualche albero isolato ma, se ve ne è la possibilità, infiliamoci in un bosco basso e fitto o in bassa valle e togliamoci rapidamente di dosso tutta la “ferramenta” (picozze, ramponi, moschettoni, ecc.) e lasciamoli a qualche decina di metri da noi. Telefonini, anelli, collanine metalliche, orologi, tutti nello zaino, da lasciare insieme alla ferramenta.
Alla larga anche dai ripari sotto roccia a meno che la roccia soprastante non sia molto alta: con pochi metri sopra la testa il fulmine, colpendo la cresta, può seguirne il contorno e infilarsi nel vostro “sicuro” rifugio. Se siete in tenda le probabilità di essere colpiti da un fulmine sono praticamente pari a zero a (meno che non si tratti di una vecchia canadese nel qual caso i pali metallici di sostegno fungono da buon parafulmine!!!). Se state seguendo una via ferrata… trovate immediatamente una cengia e allontanatevi dal cavo! Se siete costretti a camminare ugualmente, passate lontano dagli alberi radi e possibilmente seguite un percorso nel fitto del bosco, nel fondovalle; in mancanza di alberi, in piena radura, vi consiglio di fermarvi e mettervi accucciati con la testa tra le ginocchia e, se lo avete, col caschetto in testa (non per i fulmini ma per eventuale grandine). Spero che le mie esperienze risultino utili e comunque ricordatevi che, a meno di non andarlo proprio a cercare, il fulmine non cercherà voi!!!
Alla prossima!
(foto tratte dal libro “Che tempo fa” di Dieter Walch e Ernst Neukamp – Idealibri S.p.a.)