Visto che ormai, mio malgrado, sono diventato un esperto nell’attirare i temporali, ho messo a punto anche delle tecniche per evitare, nel limite del possibile, gli effetti nefasti di una forza della natura, rapida, ma devastante.
I temporali si formano dallo scontro di un fronte caldo e umido con uno freddo e secco con conseguente formazione di nubi in rapida espansione, sia in verticale che orizzontale ma con una estensione limitata. Un temporale colpisce piccole aree ma con molta violenza, con nubifragi e spesso con grandinate. Ma il vero pericolo sono i fulmini che in questi momenti sono numerosissimi e colpiscono anch’essi un’area limitata. Il fulmine si forma per la repentina scarica a terra dell’elettricità statica che si è formata dallo sfregamento delle due masse d’aria e quando il voltaggio è sufficiente, scocca l’arco con la terra. Si parla di cifre impressionanti dell’ordine che va dagli 1 ai 10 gigavolt e dagli 1 ai 200 KA.
Devastante! Ma come possiamo cercare di evitare di essere colpiti da un fulmine? Certezza assoluta non c’è ma ricordiamo che l’evento è praticamente rarissimo (intendo che un fulmine colpisca un uomo). Pensate a quanti fulmini si abbattono quotidianamente anche solo in Italia… Quindi con un po’ di buon senso possiamo cercare di evitare anche quelli più vicini. Innanzi tutto, all’avvicinarsi di un temporale, allontaniamoci dalle creste. E’ la regola fondamentale. I fulmini preferiscono la via più rapida e una cresta è un ottimo luogo dove scaricare l’energia. Poi, non andiamo a infilarci sotto qualche albero isolato ma, se ve ne è la possibilità, infiliamoci in un bosco basso e fitto o in bassa valle e togliamoci rapidamente di dosso tutta la “ferramenta” (picozze, ramponi, moschettoni, ecc.) e lasciamoli a qualche decina di metri da noi. Telefonini, anelli, collanine metalliche, orologi, tutti nello zaino, da lasciare insieme alla ferramenta. Alla larga anche dai ripari sotto roccia a meno che la roccia soprastante non sia molto alta: con pochi metri sopra la testa il fulmine, colpendo la cresta, può seguirne il contorno e infilarsi nel vostro “sicuro” rifugio. Se siete in tenda le probabilità di essere colpiti da un fulmine sono praticamente pari a zero a (meno che non si tratti di una vecchia canadese nel qual caso i pali metallici di sostegno fungono da buon parafulmine!!!). Se state seguendo una via ferrata… trovate immediatamente una cengia e allontanatevi dal cavo! Se siete costretti a camminare ugualmente, passate lontano dagli alberi radi e possibilmente seguite un percorso nel fitto del bosco, nel fondovalle; in mancanza di alberi, in piena radura, vi consiglio di fermarvi e mettervi accucciati con la testa tra le ginocchia e, se lo avete, col caschetto in testa (non per i fulmini ma per eventuale grandine). Spero che le mie esperienze risultino utili e comunque ricordatevi che, a meno di non andarlo proprio a cercare, il fulmine non cercherà voi!!!
Alla prossima!
(foto tratte dal libro “Che tempo fa” di Dieter Walch e Ernst Neukamp – Idealibri S.p.a.)
Qualche articolo fa abbiamo parlato della Carta Topografica. In questo post vediamo più da vicino l’altra attrice dell’orientamento: la bussola. Sembra che le prime bussole siano state inventate da i cinesi e dai vichinghi che ne facevano ovvio uso essendo popoli dediti il primo al commercio e il secondo alla navigazione. La bussola è principalmente composta da un ago magnetico che è libero di ruotare in un liquido a bassa densità. Essendo magnetizzato, l’ago della bussola si allinea con l’asse magnetico Nord Sud indicando i poli magnetici. Per convenzione, ed essendo noi nell’ emisfero boreale, diciamo che le nostre bussole indicano il Nord. Ma qui sorge il primo problema: i Poli magnetici sono in continuo movimento quindi abbiamo una certa differenza tra il Nord datoci dalla bussola e quello dellaCarta Topografica. Questa discrepanza si chiama Declinazione Magnetica. Ma quanti tipi di bussola conosciamo? La prima è quella ad ago magnetico sopra descritta, poi ci sono le bussole digitali da polso o portatili, le radio bussole che sfruttano dei segnali emessi da una o più antenne e consentono così di mantenere una determinata rotta e le bussole satellitari che, come le radiobussole, sfruttano la triangolazione tra diverse emittenti, in questo caso vari satelliti geostazionari. Le bussole radio e satellitari però, necessitano del movimento costante della ricevente per poter calcolare la direzione di marcia. Sono perciò utili solo al fine di conoscere la propria posizione ma non per fare dei ragionamenti con la carta. Nel trekking si usa soprattutto, vista la sua precisione, la bussola ad ago magnetico munita di traguardo e di lente. Ne esistono anche con l’inclinometro e la bolla di livellamento incorporati ma, a meno che non dobbiate fare del rilevamento geologico, sono praticamente inutili. Al contrario se siete alla ricerca di strati fossiliferi… Le bussole digitali invece sono molto approssimative ma per dei rilevamenti di massima vanno bene anche loro. Per costruirsi invece le triangolazioni sulla carta abbiamo bisogno di una precisione più alta possibile dell’ordine del grado almeno (non è considerata un’alta precisione, anzi, ma a noi trekkisti va benissimo). Ma come si usa una bussola? Nel 90% dei casi ci è del tutto irrilevante sapere dove è il Nord. Probabilmente i punti cardinali li riusciremmo a trovare, anche se approssimativamente , anche senza la bussola. Ma allora a che mi serve… Mi serve per poter calcolare il punto esatto dove ci troviamo ad esempio, oppure per seguire un percorso riportato in carta. Lo scopo principale è comunque quello di fornirci dei dati angolari delle cose che ci circondano riferiti al Nord magnetico. Per ottenere questi dati, dovremmo allineare il filo del traguardo (posto nella fessura sul coperchio) con la piccola tacca della lente, ruotare la ghiera portando la tacca del Nord in linea con l’ago magnetico e leggere attraverso la lente stessa, i gradi sul quadrante. L’ angolo ottenuto è chiamato azimut. Nei prossimi articoli vedremo come correlare la Carta Topografica e la bussola utilizzando gli azimut.
La neve di questi giorni ci ha scombussolato i piani per il ritrovamento della grotta del Mandorleto, ma siamo lo stesso riusciti a tornare in questa poco conosciuta grotta appartenente al massiccio del Monte Cucco: la grotta di Sant’ Agnese. E’ praticamente un grande riparo sotto roccia, formatosi per dissolvimento di strati più facilmente solubili e il progressivo crollo degli strati rimanenti. Ne consegue un suolo ingombro di detriti e uno scarso sviluppo ma che rende questa grotta un perfetto riparo in caso di maltempo. Dovevano pensarla allo stesso modo anche gli antichi frequentatori di questo luogo perchè in un angolo della stessa vi è una costruzione in pietra a secco che chiude la parte più riparata, (probabilmente uno stazzo per riparare il bestiame) e delle pietre lunghe e squadrate che si trovano sovrapposte al centro della grotta stessa, quasi sicuramente il supporto per una croce. In estate la si può comodamente raggiungere seguendo il sentiero n° 32 che parte da un tornante della strada che da Costacciaro porta alle Macinare. La facile passeggiata, che dura appena 15 minuti, si compie in un canalone immerso in un bosco. Il sentiero ci porterà poi a passare alla base di imponenti pareti a strapiombo con sorgenti attive anche d’estate. Indicato anche per i bambini vista la breve durata. In inverno ed in presenza di neve le cose cambiano… La forte inclinazione del canalone e soprattutto la presenza di ghiaccio sulle pareti a strapiombo la rendono decisamente pericolosa. Da fare solo quando il ghiaccio non si sta sciogliendo altrimenti pericolo di caduta di grossi blocchi (anche di roccia)!!! Lo spettacolo che però ci si apre davanti agli occhi ripaga della “strizza” nel percorrere l’ultimo tratto: le pareti a strapiombo sono ricoperte da una cascata di ghiaccio e l’ingresso della grotta è quasi chiuso da colonne di ghiaccio che collegano il soffitto al pavimento… Superata la barriera, la temperatura all’interno è decisamente più alta tanto che nella parte più riparata troviamo anche una farfalla che, indispettita per la nostra presenza, se ne svolazza via per la grotta. Attenzione anche alla strada che vi porta all’attacco del sentiero perchè non viene ripulita dalla neve e quindi potreste trovarvi in qualche spiacevole situazione.
Vediamo oggi di descrivere la carta topografica in quanto rappresenta un ottimo aiuto nelle escursioni. La carta topografica è la madre di tutte le cartine e mappe conosciute, come le carte dei sentieri e le carte geologiche. Da qui l’importanza che riveste una corretta lettura delle carte stesse. Innanzi tutto devo ricordarmi di posizionare la mia carta: il lato superiore è sempre il nord quindi dovrò allineare uno dei fianchi con l’asse nord-sud. Vediamo una carta topografica in dettaglio: ciò che ci colpisce a prima vista è sicuramente il grande riquadro che altri non è che la rappresentazione su carta di una porzione di territorio. Tante linee e tanti simboli… Ci viene in aiuto la legenda a fianco che ci dà importanti informazioni circa la scala, la simbologia, la declinazione magnetica, ecc. Osserviamo le parti più importanti:
La scala: La scala ci fa comprendere le grandezze riprodotte sulla carta e ci dà una percezione delle distanze tra i vari punti. Ci dà la percezione poiché se i punti si trovano alla stessa quota la distanza è reale, se no bisogna tenere conto delle variazioni di livello che comportano ad un escursionista strada in più. La scala è importantissima soprattutto per la pianificazione di un percorso in quanto possiamo sapere prima di effettuarlo quanta strada dovremo percorrere. Qui sotto un esempio (n.b.: non è in scala!!!). 1:10000 sta a significare che un centimetro sulla mappa equivale a 10000 centimetri (100 metri) in realtà. Notare la dicitura sotto: sono informazioni riferite alle curve di livello che cambiano a seconda della scala, in questo caso, essendo la carta molto dettagliata, le curve vengono rappresentate con pochi metri di distanza.
La simbologia: è l’insieme dei segni convenzionali che descrivono particolari caratteristiche come città, strade, boschi, ecc. ed è molto importante perché a colpo d’occhio possiamo capire dove ci troviamo e con che cosa dovremo “combattere”. Con questo aiuto possiamo “leggere” comodamente la carta ed avere moltissime informazioni. Abbiamo informazioni sui corsi d’acqua (compreso il loro verso), edifici e loro uso, boschi, strade, ferrovie e punti geodetici noti.
Declinazione Magnetica: Come detto prima, il fianco della carta è la direttiva N-S col lato in alto che è il Nord. Ma noi come strumento abbiamo una bussola che si orienta secondo i poli magnetici. Non tutti sanno però che i poli magnetici non sono fissi ma cambiano ciclicamente posizione. Lo scostamento dal nord geografico (quello della carta) a quello magnetico (della bussola) si chiama declinazione magnetica e viene riportata su ogni carta per ottenere quanta più precisione possibile nelle misurazioni. A noi trekkisti interessa relativamente, in quanto su una carta dei sentieri l’errore è piccolo ma su una mappa con scala maggiore potrebbe essere di parecchie centinaia di metri!!!
Le coordinate: altro particolare, forse il più importante, sono le coordinate. Quelle a noi di interesse sono le coordinate geografiche che hanno lo O° all’equatore per i paralleli, (latitudine nord o sud), e lo O° a Greenwich per i meridiani (longitudine est o ovest). Negli angoli della carta sono riportate le coordinate di riferimento. Si possono conoscere le coordinate di qualsiasi punto sulla carta tirando delle linee perpendicolari ai due lati più vicini e leggendo il valore ottenuto (ovviamente calcolandolo). Con l’ausilio di una bussola posso anche trovare il punto dove sono usando la triangolazione.
Le Curve di Livello: o isoipse sono quelle righe che descrivono le quote. E’ come se tagliassi la superficie orizzontalmente e ne facessi tante fette e ne riportassi in carta quelle ad una quota definita (es. quelle distanti tra loro 10 metri) marcando di più quelle ad intervalli netti (es. 50 metri). Sono di notevole aiuto nel caso sappiamo di essere su un pendio riconosciuto in carta ma non sappiamo a che quota… con l’uso di un altimetro lo sapremo in un lampo!
Ora mi fermo qui ma vedremo le prossime volte come calcolare la nostra posizione con carta, bussola e altimetro.
Un altro importante fattore per le escursioni è sicuramente quello di sapere dove si è e dove si sta andando per non rischiare di ritrovarsi in pessime situazioni. Esistono molti metodi per orientarsi, molti dei quali li fornisce la stessa natura. La tecnologia in questi anni ha poi fatto progressi enormi, consentendoci una tranquillità nell’orientamento fino a rendere inutili anche le nozioni basilari… Ma è proprio così? Immaginiamoci l’ultimo navigatore satellitare super tecnologico che, con le adeguate mappe (immesse anche da noi) ci conduce per boschi e valli fino alla meta. Immaginiamo anche il più tecnologico degli orologi con altimetro, bussola, barometro e termometro all-in-one, bellissimo ed elegante. Adesso immaginiamo anche di dover fare un trekking di più giorni, nel bel mezzo dei quali al nostro orologio si scaricano le batterie…male! Prendo il navigatore il quale si scaricherà in tempi rapidi se sempre acceso e sarà totalmente inutile in un bosco (mancanza di copertura satellitare). In quei momenti si comprende l’utilità estrema di strumenti più semplici ma pratici e difficilmente “demolibili”. Nei miei anni di trekking e avventure in montagna, ho capito che ogni strumento deve servire al suo specifico scopo e che miscelare più strumenti in uno serve solo a non utilizzarne nessuno se qualcosa va storto.
Vediamo adesso gli strumenti base per un buon orientamento:
Bussola: Conosciuta già dagli antichi navigatori, la bussola è strumento indispensabile all’orientamento in quanto ha la proprietà di orientare un ago con il campo magnetico terrestre e siccome questo ha i suoi famosi poli magnetici, l’ago punterà sempre su questi indicandoci un punto “fisso”. Notate che ho messo fisso tra parentesi perché questi punti o poli magnetici variano ciclicamente e quindi non sono mai nello stesso posto. Sulle cartine topografiche sono indicati i gradi di spostamento del nord magnetico dal nord geografico (declinazione magnetica) e possiamo calcolarlo per rendere il Nord sulla bussola allineato con il nord della mappa. La bussola che ci interessa per il trekking ha una caratteristica peculiare: Il traguardo. Il traguardo è solitamente un filo nel coperchio della bussola in una feritoia. Dovremo far coincidere questo filo ad un elemento facilmente riconoscibile (la cima di un monte, l’incrocio tra due valli, ecc) e allineare la tacca sulla lente d’ingrandimento. Attraverso la lente leggeremo la misura in gradi.
Altimetro: è lo strumento preposto alla misurazione della quota alla quale ci troviamo. Il suo funzionamento è dovuto alla variazione della pressione atmosferica a diverse altezze: più si va in alto e più rarefatta è l’aria e conseguentemente “preme” di meno. Se fate caso alla foto noterete che ci sono due scale: una espressa in millibar e l’altra in metri; meno millibar ci sono e più siamo in alto. Attenzione: la pressione atmosferica varia costantemente così dovrete tarare la quota indicata ogniqualvolta troverete un punto noto e quotato in mappa. Ricordatevi che se vi fermerete a dormire ad una certa quota, l’indomani dovrete ritarare l’altimetro che segnerà certo più o meno millibar. Questo è utile anche per definire l’andamento del tempo.
Binocolo: Non è strettamente necessario ma a volte comodo per identificare cime o luoghi lontani e trovarli successivamente in mappa. Non è necessario un binocolo da Bird watching potentissimo (ma pesantissimo), basta un piccolo binocolo leggero molto versatile.
Carta topografica: La bussola ci indica la rotta e la direzione di ciò che vediamo ma insieme alla carta possiamo anche sapere dove siamo, identificare i punti che abbiamo traguardato con la bussola e tracciare il nostro percorso fino alla meta. In una carta topografica vengono rappresentati simbolicamente tutti i rilievi, i fiumi, i paesi, le chiese, le strade… e cosa più importante le coordinate geografiche e le curve di livello. Le curve di livello o isoipse ci saranno d’aiuto utilizzando l’altimetro. Esse indicano una serie di punti alla stessa quota… è come se facessimo tante fette orizzontali di una montagna a quote definite. Ma poco usate e invece utilissime sono le coordinate geografiche. Immaginiamo di avere un compagno che si fa male e l’impossibilità di trasportarlo… identifichiamo con la bussola il posto dove siamo, ne troviamo le coordinate sulla carta e le trasmettiamo all’operatore del soccorso via telefono. Potremmo aver sbagliato di qualche cosa ma l’area sarà così ridotta che vi troverete l’elicottero sulla testa in men che non si dica. Le prossime volte vedremo in dettaglio ogni singolo oggetto e come utilizzare qualsiasi carta che avremo sottomano.
Oggi vediamo i rudimenti su come si accende un fuoco in montagna senza rischiare di “far danni” e soprattutto di farne uno utile al nostro scopo e situazione.
La prima cosa da fare è quella di trovare il posto adatto alla costruzione del focolare. Per trovarlo dobbiamo aver bene in mente la disposizione finale di tutti i componenti il bivacco.
Come già spiegato nel post Come e dove montare una tenda, questa dovrà essere orientata per fornire la minor resistenza al vento. Il fuoco dovrà tener conto di questo orientamento e verrà costruito di conseguenza. Vediamone un esempio. Con una tenda a igloo, tenere il retro della tenda dalla parte dove arriva il vento; nel fronte della tenda, a circa un metro e mezzo, si disporrà il fuoco che sarà riparato dalla tenda stessa e non rischieremo la fine del salmone affumicato!
Mi raccomando: mai sotto gli alberi per motivi ben ovvi!!!
Importantissimo è pulire l’area sotto e attorno al focolare almeno per un raggio di 3 metri da foglie e rami poiché le eventuali scintille potrebbero appiccare il fuoco molto velocemente.
Fatto ciò, vediamo la forma del braciere poiché questa varia a seconda dell’uso che ne dobbiamo fare. In estate il fuoco da campo è puramente per uso culinario e d’atmosfera la sera e la notte.
Quindi un cerchio di pietre alto circa 20 centimetri e di 60 di diametro è sufficiente. Invece in autunno e specialmente d’inverno il fuoco è indispensabile per il riscaldamento e quindi oltre al nostro cerchio di pietre dovremo costruire anche il riflettore che altro non è che una pietra piatta e grande facente parte del cerchio di pietre posta all’estremità opposta alla nostra tenda.
Un consiglio: non usate mai pietre di letti fluviali o torrentizi: esplodono!!!
Anche l’uomo primitivo non usava mai la selce dei fiumi per costruire i suoi utensili.
Il fuoco deve essere sempre controllato. E’ una delle forze della natura, una delle più distruttive. Mai lasciato acceso in mancanza di controllo!
Quindi quando andrete a dormire, dovrete obbligatoriamente spegnerlo.
Non starò a descrivere le tecniche di accensione primitive del fuoco come il legnetto sfregato e l’archetto che si trovano in tutti i testi ma che lascio a momenti tragici: imparate la teoria ma portatevi due accendini separati e coperti contro l’umidità. Se poi avete un accendino a benzina meglio ancora, ma ricordatevi la ricarica (l’accendino a benzina anche se si bagna funziona ma la benzina o nafta depurata evapora anche senza l’uso).
Per quanto riguarda la preparazione del fuoco il principio generale è quello di preparare alla base l’innesco che altro non è che carta, foglie secche, aghi di pino, di ginepro per poi aumentare gradatamente il diametro della legna senza mai soffocare il novello fuoco e senza mai far alzare le fiamme oltre i 50 centimetri. Questo è Andrea (Berfo) in una delle nostre uscite…
Se ci fosse stato un temporale, la ricerca di foglie secche per l’innesco diventa difficile ma non impossibile: Sollevate i primi strati di foglie e troverete una porzione ancora asciutta.
Una accortezza è quella di selezionare il più possibile la legna da ardere evitando se possibile quella marcia (non fa brace e fiamma viva), cercando di utilizzare quella secca a terra o staccandola dagli alberi (la migliore). Tra i legni i migliori sono: Carpino, quercia, frassino e faggio, quest’ultimo brucia anche se bagnato (!).
Nel caso doveste cucinare sul fuoco, prevedete un supporto fatto con quattro pietre all’interno del cerchio: il carbone da sotto farà il resto.
Se prevedete di rimanere a lungo, dovrete anche riparare la legna di scorta: ponetela in piedi attorno al fusto di un albero. Ciò eviterà l’eccessiva esposizione alla pioggia.
Adesso che avete acceso il fuoco quattro belle salsicce e pezzetti di formaggio infilzati su rami, una bottiglia di rosso e buon appetito! Se poi mi volete proprio invitare…
La stagione mia preferita: l’autunno. “The falling leaves are whispering, winter’s on its way” (Fall di John Denver). Il caldo estivo se ne sta andando, con la possibilità di poter soffrire molto meno nel trekking e si respira un’aria di quiete, un profumo particolare nei boschi. La calca è sparita e lascia lo spazio a tranquille e lunghe camminate solitarie e silenziose. Il meglio per ritrovare un punto di equilibrio che viene inesorabilmente perso durante la frenetica e rovente estate.
Le prime piogge autunnali ci riportano il fresco e acqua vitale per i ruscelli in sofferenza. L’autunno è senz’altro la migliore stagione per delle escursioni con i bambini che saranno meno irritabili e presteranno miglior attenzione e maggior pazienza all’attività e all’ambiente circostante. Le pareti di roccia si prestano a lunghe ore di arrampicata anche in pieno sole e chi vuole andar per funghi trova un paradiso.
Ah, questo è mio padre, l’artefice della mia passione per la montagna e grande conoscitore dei funghi.
Ma occupiamoci dei particolari per affrontare le escursioni autunnali.
In autunno cambia sostanzialmente il clima: possiamo avere bellissime giornate calde ma notti decisamente fredde, piogge persistenti che possono durare giorni, in quota al di sopra dei 2500 metri possibilità di nevicate anche ai primi di settembre (!).
Ne va da se che l’abbigliamento deve essere molto vario e che tenga conto di queste variazioni climatiche.
Ricordatevi sempre che è indispensabile un ricambio completo per affrontare la notte, in quanto, più freddo fa, più asciutti dobbiamo essere, pena un freddo in(f o v)ernale fino che non vi alzerete (demoliti). In autunno ciò comporta solo questa conseguenza, molto sgradevole ma superabile: in inverno si può rischiare il congelamento!
La tenda, a meno che non si voglia bivaccare in quote superiori ai 2000 metri, rimane utile quella estiva ma sempre col doppio telo in ottime condizioni di idrorepellenza. Scarponcini da trekking a tenuta per l’acqua e fango e giacca a vento anti pioggia risultano indispensabili in questa stagione insieme ad un pile di medio spessore.
Sacco a pelo da + 15 a -4 va benissimo.
Tra i funghi che crescono in questa stagione ricordiamo i porcini, i turrini, gli spignoli d’autunno e le mazze da tamburo (chiamate anche le bistecche dei poveri: fatele sulla brace con olio prezzemolo e aglio!).
Altro obbligo è la costruzione di un fuoco da campo adeguato, in quanto adesso non ha più, come in estate, la funzione prettamente culinaria, ma questo lo approfondiremo in un prossimo articolo.
Eccomi qua, appena tornato da uno dei trekking più belli che io abbia mai fatto. La Maiella o Majella, considerata madre dalle genti che hanno vissuto quassù fin dalla notte dei tempi, è un enorme massiccio molto selvaggio dove ci si può sbizzarrire per giorni in trekking molto complessi e lunghi ma di un fascino ed una emozione uniche.
Non è la prima volta che faccio trekking sulla Maiella, ma questa volta volevo provare l’ebbrezza di vedere un’alba dopo aver dormito a grotta Canosa a 2604 mt. Io e il mio amico Berfo avevamo deciso di partire martedì 5 agosto, con adeguate scorte idriche (l’acqua è inesistente in quota) e prendere la bidonvia che sale per la valle di Taranta Peligna fino alla grotta del Cavallone (1600 mt. ca.) e da lì arrivare alla grotta Canosa in giornata onde avere due giorni pieni di escursioni sugli altopiani a 2500 mt.
Ma le cose non filano mai lisce…
La sera prima: Berfo facciamo check control dell’attrezzatura.
sacco a pelo ok, stuoia ok, cartina ok, bussola ok, PMR ok, lampada frontale a led (dura molto più a lungo) ok, ricambio completo ok, Pile ok, giacca in goretex® ok, crema solare, occhiali scuri e cappello ok. Bene, ho controllato il sito della grotta del Cavallone e dice che la bidonvia è aperta tutti i giorni ad agosto… si va!
Partenza ore 6, la strada va via che è una meraviglia tra una ronfatella di Berfo ed un cappuccino… Arriviamo alle 9,30 a Taranta e passo a salutare mia suocera, Lucia, che passa l’estate qui, beata lei. Alle 10,00 siamo all’attacco della bidonvia… Che diavolo stanno facendo? E’ chiusa!
Chiedo… fino a giovedì nisba. Ma p… e adesso? Berfo, ci sballa tutto il giro… Sai che facciamo? Partiamo lo stesso. Ma come cavolo si fa a mettere in manutenzione una struttura che rimane aperta solo ad agosto, proprio ad agosto!!! Non voglio polemizzare ma questa è incompetenza pura!!! Oppure non c’è la volontà di aprire. Ma capperi, basta saperlo: almeno accennarlo sul sito… molti erano in attesa al piazzale e credo che molti non verranno più… ma forse è proprio quello che si voleva… sbaglio?
Va bene, saliamo lungo la stradina che sale ripida lungo i piloni della bidonvia… ammazza che caldo, e che peso ’sti zaini (25 kg ndr). Continuiamo tra tornanti per 700 mt di dislivello e arriviamo al rifugio di Aligi (chiuso) alle 13,30, poi ci sistemiamo sotto un albero a mangiare e riposare un po’. Dopo un’ oretta ripartiamo puntando a est alla volta del rifugio Macchia di Taranta visto che il peso non ci permette troppo dislivello. Si ma dov’è? Continuiamo il sentiero fino ad una valletta con dei tombini e vediamo un sentiero in parete che segue gli strati e porta fuori dalle balze… Vai Berfo ultimi sforzi il rifugio è lassù. Arriviamo lassù ma il rifugio è laggiù 150 mt di dislivello più in basso… Bel vuoto a perdere…Beh andiamo lo stesso, dormiamo e domani ripartiamo per la cima. Bel rifugio, ristrutturato da poco e con la parte invernale (quella sempre aperta) pulitissima e con un tavolone con panche bellissimo.
Vai, tira fuori formaggio, salame e vino che si mangia!!! Ma chi ci ammazza? Guarda che bello il tramonto… Dormire…
L’alba… che spettacolo… una pizzetta, un po’ d’acqua e via, si riparte. Ok seguiamo il 10C… 1900 mt. poi fine dei segna via e un sentiero che probabilmente non è frequentato (si fa fatica a vederne le tracce). Basta, faccio a modo mio. Carta, bussola e naso. Il paesaggio adesso cambia repentinamente: rimangono solo pochi e sparsi pini mughi e ginepro. Poi, ancora più in su, neanche quelli, l’erba è scarsissima, a chiazze e indica le parti più umide di terreno. Ci si rivelano tracce di nomadismo pastorale con ruderi di capanne in pietra, più in là i resti di una mucca (poveretta). 10C scritto su una pietra; bah non ci capisco più nulla, non dovrebbe essere qui, ma tant’è, andiamo avanti, siamo ormai a 2400 mt. Saliamo lassù, ci siamo ormai… 2500 mt., siamo in cima al pendio e… Senza parole. E’ tutto davanti ai nostri occhi… il Monte Amaro, il piano Amaro, l’Acquaviva, la cima dell’ Altare… la Grotta Canosa, la nostra meta, finalmente. Andiamo, ultimi sforzi. Sono le 13 e siamo qui a 2604 mt. a guardare da sopra la grotta tutto l’altopiano.
A mangiare, forza, e poi a riposare che sono stanco (quasi) morto! Non finirei mai di guardare il panorama, le api che cercano acqua dai piccoli fori della volta della grotta, le stelle appenniniche, piante e fiori mai visti prima tranne che sui libri…Guardo per terra incuriosito da un sasso… ma questa era una barriera corallina… quanti reperti di corallo quassù… Via, a riposare poi cena e …
dove si va a ballare stasera? Alla “dolina perduta” o al “promontorio selvaggio”? Mah, io resto a casa tanto ci saranno i soliti quattro lupi! A parte gli scherzi, animali così in alto non ce ne sono per la totale mancanza di prede quindi qui è il deserto, bellissimo, silenziosissimo, surreale.
Dormo come non mai, nel mio sacco a pelo, guardando le stelle complici anche loro di questo paradiso, con una temperatura esterna di 9 gradi alle 5.30 del mattino ma che non si avverte neanche… sto benissimo… Berfo pure… L’alba. Corro in cima al promontorio per cogliere l’attimo. Mi si stringe il cuore. Non devi finire mai… Fermati… Eh, che volete, non si ferma. Partiamo che ci aspetta mia suocera con un piatto di pasta e fagioli che Berfo sogna da due giorni (he, he).
Scendiamo, stavolta per lo Iaccione e la valle dei Fontanili ma senza seguire il sentiero 10, cercando di scendere lungo le creste della valle di Taranta, tanto come al solito il sentiero è “fai da te”. Riprendiamo verso est a 1800 mt. rientrando in valle e collegandoci al 10B.
Dopo poco stiamo scivolando sui ghiaioni che tagliano verso il rifugio di Aligi.
Ma guarda, la bidonvia doveva essere aperta, invece… ci accompagnano due ragazzi che si occupano della manutenzione, per fortuna, se no altri 700 mt tanto da 2600 a 1500 erano pochi!
Bene, giusti giusti per pranzo. Che si rivela come al solito luculliano… Che spettacolo , adoro questi posti, questa gente, Maiella madre… si capisco adesso… ma voglio capire ancora, tanto devi ancora insegnarmi Maiella, madre, anche un po’ mia.
Ecco uno stralcio della carta al 25.000 redatta dal CAI di Chieti
Ma che razza di post! Ma in un campeggio, ovvio!
No, scusate, forse il titolo non è molto esplicito e dà adito a battute varie ma io intendevo parlare di problematiche serie quando il camping non c’è e siamo soli in balia della natura.
Devo dire la verità, a me piace moltissimo il campeggio libero e ciò ha sviluppato in me un fortissimo senso di adattamento e la perspicacia. Oggi vedremo come montare una tenda a igloo ma prima di tutto vediamo quali sono i posti indicati per poterla montare.
La cosa migliore in assoluto, ma anche quella difficilmente praticabile, sarebbe vedere il posto designato alla nostra escursione, nelle peggiori condizioni possibili. Visto che questo molte volte non sarà applicabile, dovremo dare sfogo alla nostra fantasia, ma soprattutto a quei segni presenti sul terreno che ci faranno da spia. Prima regola è trovare un fazzoletto di terra più pianeggiante possibile, senza solchi prodotti dalla pioggia che si riempirebbero immediatamente dopo due gocce.
Nel caso, scegliete la minor inclinazione possibile mettendo la testa a monte pena, o il rotolamento notturno su un fianco fino alla parete (se siete due o più immaginatevi ammucchiati e schiacciati tutti in un lato) oppure non riuscirete a chiuder occhio per il malessere causato dal sangue al cervello. Altra regola: se siete d’estate cercate il posto sotto la chioma degli alberi. Ciò vi riparerà dal sole ma anche da un’ improvvisa grandinata e dal vento troppo forte e diretto (mi raccomando di controllare che non vi siano rami secchi o pericolanti sopra la vostra testa!!!). Quello che abbiamo appena detto non vale per i pini, gli abeti e le conifere in generale poiché la loro resina vi rovinerà irrimediabilmente il sovra telo. In inverno invece va bene il riparo laterale degli alberi dal vento (anche se senza foglie i tronchi e i rami rompono il flusso egregiamente) ma dovremo sfruttare appieno il calore del poco sole e farci notare da eventuali soccorritori (bisogna prevedere più eventi possibili) quindi una radura di fianco agli alberi è l’ideale.
Logicamente se siamo in alta montagna dove non ci sono alberi dovremo preoccuparci di non montarla nel greto di un torrente asciutto o ai piedi di una parete (caduta massi!); un praticello o uno spiazzo lontano da creste (attirano fulmini!) e coni di detriti sotto le pareti, va benissimo.
Trovato il posto e dopo averlo sommariamente ripulito da pietre e rametti vari, vi consiglierei, ma non è strettamente necessario, di fare una bella scorta di foglie secche e asciutte da posizionare sotto il catino: si dormirà di un comodo… e soprattutto si sarà isolati dal terreno ma non mettete piccoli rametti pena la rottura del catino stesso.
Bene adesso cominciamo a dare una direzione alla tenda. Nel caso di igloo con absidi è giocoforza orientarlo nella stessa direzione della valle in cui vi trovate poiché i venti, sia che vengano da monte, sia che vengano da mare seguiranno l’orografia e la tenda dovrà offrire meno resistenza possibile.
Vediamo ora i componenti principali: il sovra telo, la camera principale, la paleria, i picchetti e i tiranti.
Posizionate la camera principale con l’ingresso orientato nel modo voluto e picchettatela a terra tirando bene i lati. Componete la paleria e infilatela nelle apposite guide fermandola ai quattro lati (non vi scordate neppure un cordino specialmente quello del culmine!).
Coprite con il sovra telo, fermatelo alla paleria e picchettatelo a terra tendendolo bene e in modo equilibrato. Posizionate i tiranti e picchettateli a non più di 20 cm dal bordo della tenda stessa: ciò faciliterà il passaggio di fianco alla tenda e soprattutto eviterà strappi col forte vento. I tiranti non servono tanto ad ancorare la tenda bensì a non far aderire il sovra telo alla camera con conseguente perdita termica, scarso ricambio d’aria e possibilità di infiltrazioni. Abbiamo sempre detto “picchetti” ma quali? Quelli in dotazione non consentiranno tutte le uscite e si piegheranno o non terranno affatto. Vi consiglio col tempo di procurarvene diversi tipi: da sabbia, da terreno roccioso, ecc. A volte dovrete sopperire all’impossibilità di picchettare la tenda (neve alta, picchetti sbagliati) usando quello che madre natura vi offre (pietre, alberi abbattuti, lo zaino, gli sci); insomma adattatevi, inventate, create.
Non c’è limite ve lo posso assicurare. Anche in caso di distruzione della tenda basta un telo e un cordino per bivaccare:
E’ buona norma prevedere nello zaino un rotolo di nastro isolante per riparare la paleria e delle toppe con colla o adesivi per riparazioni d’emergenza al sovra telo.
Alcuni particolari:
elastico inserito nella paleria, paleria in alluminio e vetroresina, picchetti per terra e chiodi per terra rocciosa
Adesso siete pronti a riempire la vostra tenda col sacco a pelo e a godere di una vacanza meravigliosa.
Alla prossima!
Altra compagna di mille avventure per un escursionista è senz’altro la tenda. La giusta scelta è obbligatoria per uno sportivo poiché, se è vero che per la maggior parte degli escursionisti non faccia grande differenza un modello da un altro, per alcuni può essere la differenza tra la vita e la morte.
Come scegliere la vostra tenda? Come per tutta l’attrezzatura, dovete sempre chiedervi in primo luogo dove volete andare, quanto tempo ci dovete restare, quali saranno le peggior condizioni che pensate di trovare…(pensato? Bene moltiplicate il tutto per due!)
Il mio primo consiglio è quello di evitare tende mono telo (in caso di pioggia anche breve starete più asciutti fuori) e quelle che si aprono lanciandole (provate a lanciarla se tira il vento).
Dunque appurato che la tenda deve essere con doppio telo vediamone le caratteristiche salienti:
Tenda estiva
telo esterno alluminato verso fuori
porte con zanzariere
catino robusto
falda non a terra per arieggiare
ampie finestre laterali sempre per aria
possibilmente un’ abside capiente davanti (per cucinare in caso di pioggia)
paleria fibra di vetro
Tenda invernale o per alta quota
telo esterno colore scuro fuori e alluminato verso l’interno
non necessita di zanzariere
catino alluminato nella parte interna
falda a terra antivento ricopribile con neve
piccole prese d’aria laterali anticondensa
abside doppia
paleria in duralluminio
ridotte dimensioni (altezza 120-130 cm)
La tenda che va per la maggiore è a forma di igloo per le sue caratteristiche di resistenza al vento
e alle intemperie in generale. Molto facile da montare da una persona sola anche nelle situazioni più avverse (provato e garantito).
La mia prima tenda invece era una “canadese” a forma di casetta ed era talmente grande che la chiamavamo “il circo tenda”; pesava un’ enormità e per montarla bisognava essere almeno in due. Una volta montata era di una comodità estrema: poteva contenere 4 persone coi relativi bagagli ma nasceva come tenda da campo fisso quindi non si poteva pensare di smontarla e rimontarla spesso. Il suo telo era di cotone molto spesso e ogni anno bisognava passare il trattamento con spray siliconico anti acqua e la sua struttura era rigidissima con una forma poco aerodinamica.
La tenda a igloo consente di superare venti molto forti: pensate che una notte in montagna (da solo) tirò un vento talmente forte che spezzò rami di 15 cm di diametro dei faggi. Avevo i paletti in vetroresina della tenda che erano totalmente piegati e la tenda era quasi appiattita ma ogni volta che il vento si placava un attimo, la tenda riacquistava la sua forma originaria. La mattina trovai un settore di un paletto spezzato ma lo riparai con qualche giro di nastro isolante e tornò come nuovo. La sostituzione dei settori è poi molto facile e da quella volta ne porto sempre un paio di scorta con me.
La paleria in duralluminio, prerogativa delle tende di alto livello, è molto più flessibile e resistente ma anche più costosa. Ho fatto una prova con questa paleria: ne ho comprato un set in vetroresina e lo ho inserito all’interno di quello di duralluminio. Risultato: paleria resistentissima e molto flessibile… al limite dell’incredibile.
Molto importante è anche la tenuta alla pioggia espressa in mm di colonna d’acqua.
Prossimamente vedremo come e dove montare una tenda specialmente in condizioni limite.